Presentazione di Italia a Confronto – L’Italia
Come da copione, dopo le recenti elezioni amministrative dello scorso mese di ottobre, tutti i partiti politici si sono affrettati ed affannati a dichiarare di esserne i veri vincitori.
La verità è che tutti i partiti politici italiani sono usciti sconfitti da tali elezioni, perché l’astensionismo è ulteriormente e gravemente aumentato e rappresenterebbe ormai di gran lunga la prima forza politica (circa la metà degli aventi diritto al voto).
Di tutto ciò si è parlato solo nell’immediatezza del voto e poi la questione sembra essere già stata dimenticata, a fronte dell’incalzare dei problemi e delle notizie giornaliere.
Eppure il dato dovrebbe far sinceramente riflettere: è di tutta evidenza la scarsissima credibilità della nostra classe politica e di conseguenza delle Istituzioni, che questa dovrebbe rappresentare.
Un recente sondaggio ha confermato che la politica in Italia gode di un tasso di credibilità del -22% (i giornalisti stanno poco meglio, a – 17%).
In compenso altri dati ci dicono che gli italiani spendono mediamente alcune migliaia di euro all’anno per consultare maghi, cartomanti ed astrologi ed alcuni influencer sono giornalmente seguiti da milioni di entusiasti follower. (Anche la nostra “Gazzetta”, non più tardi di ieri, riportava in una rubrica intitolata “Hanno detto” subito dopo una dichiarazione di Draghi, una di tale Valentina Ferragni: “Mi hanno asportato un tumore, la prevenzione è importante.” Vale a dire: “l’ovvio extra vergine”).
Mi pare significativa questa quasi parificazione fra l’importanza delle dichiarazioni di “Super Mario”, che è pur sempre il nostro presidente del Consiglio, e quelle di una graziosa ragazza, nota più che altro – a quanto mi dicono – per essere sorella della più famosa Chiara Ferragni.
In una società rapidamente secolarizzata e priva di tensioni ideali e sembra rivolta solo alla ricerca dell’egoistico benessere materiale, mi viene in mente la notafrase, attribuita a Woody Allen: “Dio è morto, Marx è morto ed anch’io non mi sento tanto bene!”.
Anche noi non ci sentiamo tanto bene perché abbiamo perso o stiamo perdendo quelli che sono storicamente sempre stati per millenni i tradizionali punti fermi, le ancore della vita e dell’esistenza umana. Tutto è contestato e tutto è messo in discussione, senza che siano offerti però dei punti cardinali alternativi per la nostra navigazione giornaliera.
In questa “società liquida”, per dirla con Zygmunt Bauman, ci pare in alcune occasioni di essere ormai privi di certezze. Scriveva già cinquant’anni fa Ennio Flaiano in “La solitudine del satiro”: “La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.”
Ecco perché, con un piccolo gruppo di amici, abbiamo deciso di dar vita all’associazione “Italia a confronto”.
Ci dice l’atto costitutivo che ITALIA A CONFRONTO è un’associazione politico-culturale, apartitica, senza fini di lucro (art. 1), che mira a conseguire i seguenti scopi:
a)cercare di meglio comprendere la complessa e mutevole realtà che ci circonda, mediante approfondimenti e liberi confronti culturali, senza condizionamenti e pregiudiziali ideologici e fini predeterminati;
b)informare la comunità del reale contenuto delle problematiche che la riguardano, per condurla a scelte il più possibile consapevoli;
c)contribuire alla formazione di una classe dirigente che possa assumersi coscientemente la responsabilità delle scelte, morali, politiche, economiche e tecniche che le competono (art. 3).
Possono chiedere di aderire a ITALIA A CONFRONTO tutti i soggetti liberi e pensanti che non vogliono limitarsi ad una sterile enunciazione dei “mali” che affliggono la nostra comunità, ma che ritengono loro dovere morale e civile, offrire il proprio contributo, nei limiti delle rispettive capacità e competenze, per proporre concrete soluzioni.
C’era bisogno di questa nuova associazione?
Riteniamo di sì perché:
- a) pressoché tutte le Associazioni che si occupano di politica sono contigue a partiti o movimenti politici e spesso ne costituiscono la semplice proiezione strumentale.
- b) sebbene normalmente si affermi il contrario, queste associazioni sono fortemente ideologicizzate. Le ideologie (che tanto male hanno fatto nello scorso secolo, ma anche nell’attuale – non dimentichiamoci che esistono ancora oggi nel mondo regimi totalitari che opprimono i rispettivi popoli) costituiscono delle gabbie o, nella migliore delle ipotesi, degli schemi precostituiti in cui si pretende di imprigionare la multiforme realtà e la storia.
Ben diverse sono le idee che devono essere, per loro natura, assolutamente libere e non condizionate.
- c) Il metodo prescelto dalla nostra Associazione (come indica il suo stesso nome) è quello del confronto. Vogliamo cercare, in un paese in cui si amano i toni sempre più urlati e le semplificazioni, di ragionare “frigido pacatoque animo”, sulla base di fatti e di dati e non di emozioni e di suggestioni.
- d) A questi fini è assolutamente necessario difendere la nostra cultura (la vera cultura) dal “politicamente corretto” e dalle sue sempre più invadenti e prepotenti imposizioni, perché è solo la cultura (rappresentata in primis dai classici) che può assicurare la nostra libertà di pensiero.
-No quindi alle semplificazioni, perché a questioni complesse devono corrispondere argomentazioni complesse e soluzioni articolate;
-no ad una scuola livellatrice e non meritocratica (si veda in proposito il recentissimo libro di Luca Ricolfi e Paola Mastrocola: “Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza”);
– no a una storia dogmatica e falsificatrice.
Ci rendiamo conto delle difficoltà che dovremo affrontare.
Una società che sembra aver bisogno di “influencer”, che hanno milioni di “follower”, che parlano attraverso “twitter”, non sarà certamente particolarmente attenta alla flebile voce di Italia a confronto.
È un lavoro lungo e duro quello che ci attende ma, come scriveva in una lettera ad un amico a metà del ‘700 Guillome du Tillot (ministro di Filippo di Borbone) “Abbiamo piantato degli alberi, probabilmente non avremo il tempo di vederli crescere, ma vogliamo lasciarli ai nostri figli ed ai nostri nipoti”.
Parma
E veniamo brevemente a Parma.
Soprattutto dopo che “Italia Oggi” ha posto la nostra città al vertice della vivibilità dei capoluoghi di provincia italiani, la tentazione dei nostri politici locali e soprattutto degli amministratori uscenti, potrebbe essere quella di ripetere, con l’indimenticabile precettore di Candide, il dott. Pangloss, che viviamo “nel migliore dei mondi possibili”.
Ma è veramente così?
Il giornalista parmense Paolo Nori, incaricato lo scorso 16 novembre dal Corriere della Sera di scrivere un pezzo su tale classifica, pur mostrando tutto il proprio compiacimento non ha però saputo trovare di meglio, per giustificare questa classificazione che dire che quando uno che vive lontano dalla nostra città e ritorna a Parma trova una luce ed una luminosità che è unica.
E’ suggestivo, è poetico, è bello . . . ma forse è un po’ poco.
E’ sufficiente sfogliare gli ultimi numeri della nostra “Gazzetta” per leggere (cito a caso):
–lunedì 25 ottobre (in prima pagina) “Maxi rissa sul lungo Parma”. 50 ragazzi si scontrano a pochi metri dalla Pilotta;
–giovedì 28 ottobre “Livelli di smog alle stelle: scatta lo stop ai diesel euro 4” (pag. 8);
-lo stesso 28 ottobre: “Tre razzie dei ladri in sole tre settimane. La scuola Adorni di Via Paciaudi nel mirino” (pag.13);
–venerdì 29 ottobre: “La criminalità? Si annida nell’economia in modo subdolo. Le riflessioni sulle infiltrazioni mafiose nel nostro territorio” (pag. 13);
–mercoledì 3 novembre “Commercio e sicurezza tra voglia di normalità e allarme spaccio” (pag.13);
–lunedì 8 novembre in prima pagina: “Maxi rissa in centro. Via Dante calci e pugni tra 50 ragazzi. E all’interno “Pugni, calci e bottiglie come armi: in centro un altro sabato di violenza” (pag.9);
–domenica 14 novembre: “Ecco la «Baby gang di via Bixio». Quattro studenti aggrediti in una settimana nella zona della Barriera. Protagonisti una ventina di ragazzi. Spaccio e rapine la loro attività” (pag.6);
–giovedì 18 novembre “Oltretorrente emergenza infinita. Spaccio, bivacchi, alcool e sporcizia: i residenti lanciano un SOS”;
–lo stesso 18 novembre: “Il Vescovo Solmi: «Nell’ultimo anno picco di indigenti tra il ceto medio». E all’interno dell’articolo: “I dati sono pesanti perché ci parlano nella sola provincia di Parma di 35.000 persone che vivono in condizioni di povertà relativa, e cioè che vivono con meno della metà del fabbisogno normale comune. Nel corso di questo ultimo anno abbiamo assistito ad un picco del bisogno dai pasti distribuiti quotidianamente dalla mensa della Caritas, dai pacchi alimentari, al vestiario, senza contare poi, all’inizio della pandemia, alla rincorsa ai disinfettanti alle mascherine. Sono aumentate poi le situazioni di indigenza anche nel ceto medio.” (pag.14).
La sanità a Parma
*Non parleremo in questa sede dell’epidemia COVID (se ne è parlato e se ne parla anche troppo, seppur in modo inconcludente e contraddittorio. Se si fosse voluto affrontare seriamente il problema, sarebbe stato necessario dedicarci l’intero convegno).
*L’epidemia è stata però per la Sanità uno “stress test”, che ha impietosamente evidenziato le maggiori criticità. Non è certamente mio compito, nè mia intenzione, in questa introduzione, entrare nel merito.
*Mi limiterò a ricordare che negli scorsi anni vi sono stati rilevanti tagli nelle spese della sanità. Il tutto è cominciato in nome della lotta agli sprechi (“Spending review”). E chi poteva essere contrario a tale lotta? Mi ricordo che veniva portato come esempio il costo di una siringa in Lombardia e quello triplo della stessa siringa in Campania.
Senonchè i tagli sono stati effettuati ai servizi erogati ai cittadini, mentre gli sprechi sono rimasti, perché su questo c’era chi (criminalità organizzata in primis) ci guadagnava enormi somme.
*Abbiamo quindi affrontato l’emergenza da una posizione di maggior debolezza strutturale.
*E’ noto che le liste di attesa per le prestazioni specialistiche vengono fissate anche a più di un anno di distanza. Questo è assolutamente inaccettabile.
*Ma anche gli interventi chirurgici hanno ormai tempi estremamente dilatati.
*La c.d. “Sanità territoriale” e cioè la rete dei medici di famiglia non ha saputo (o in alcuni casi deliberatamente voluto) rispondere alle legittime richieste dei cittadini, rivelando la propria inadeguatezza strutturale (è possibile che un solo medico possa occuparsi di 1.500 assistiti?).
*Inoltre “i medici di famiglia”, con i numerosi pensionamenti avvenuti in questi ultimi anni, sono divenuti “merce rara” ed è difficile (lo posso dire anche per esperienza personale) sostituire il precedente medico. In questa situazione risulta assolutamente inattuabile l’enunciazione che il medico di famiglia sarebbe un medico di “elezione”. La libera scelta presuppone infatti che ci sia la reale possibilità di scegliere fra più opzioni. Ciò non avviene evidentemente nel caso in cui manchi la necessaria pluralità dei medici che dovrebbero essere scelti. Abbiamo letto che sono stati banditi nuovi concorsi. I tempi saranno però, come sempre lunghi. Vedremo i risultati.
*L’emergenza pandemica ha inoltre costretto a trascurare altre prestazioni, sia di diagnostica (e quindi di medicina preventiva) sia negli interventi chirurgici. Secondo molti medici, in conseguenza di tutto ciò, la popolazione pagherà un alto prezzo in termini di maggiori decessi che si sarebbero potuti evitare (in caso di diagnosi tempestive), o di aggravamento di patologie, che avrebbero potuto e dovuto essere affrontate più tempestivamente.
*Un’osservazione finale, che è più che altro una domanda.
L’attuale impostazione dell’assistenza ospedaliera, passa attraverso un “imbuto”, costituito dal Pronto Soccorso. Spesso chi ha necessità di ricorrere a cure mediche deve aspettare (soprattutto se non ha il c.d. “codice rosso”) molte ore per poter essere visitato. Anche questa mi pare una situazione non accettabile, che esclude che, rebus sic stantibus, si possa parlare, di una “buona sanità”.
E’ assolutamente immodificabile questo modello organizzativo o è possibile pensare a soluzioni diverse?


